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LA CAPASA: un’antica cassaforte di terracotta

Il termine capasa deriva probabilmente dall’aggettivo latino capax, capacis (adatto a contenere) e indica un vaso senza manici per conservare alimentari, tipico della produzione artigianale di Grottaglie e fortemente legato alla cucina, alla tavola e alla casa del mondo contadino.
Tutte le materie prime provenienti dalla terra e dall’allevamento diventavano infatti oggetto di trasformazione per conserve e preparazioni specifiche, debitamente custodite come fossero cose preziose, in un’epoca in cui il cibo non contemplava sprechi ed era l’importante patrimonio di una famiglia.

Capasa in terracotta

Essa variava dai 20 ai 40 cm di altezza, per una portata che oscillava dal mezzo ai 12 kg circa ed era talvolta accompagnata da un coperchio.
La semplice forma cilindrica era di terracotta all’esterno, smaltata all’interno per contenere prelibatezze degne della migliore cucina tipica. Cibi rustici, introvabili, frutto di mani industriose e conoscenze antiche: grassi per le preparazioni di base come la sugna, strutto suino preparato in grandi quantità e conservato per l’inverno; ricotta forte e altri tipi di conserve. La capasa era chiamata anche salaturu quando conteneva olive in salamoia.

Spesso le capase venivano utilizzate per conservare fichi secchi o maritati, cioè essiccati al sole, imbottiti con mandorle tostate e cotti nel forno a legna, poi pressati dentro la capasa per garantirne la conservazione.
Le incisioni del bordo superiore esterno servivano a facilitare la legatura di un panno usato come coperchio.

Oggetti da collezione dal sapore antico? Assolutamente no! Oggi questi vasi dalla forma essenziale si prestano ad essere decorati ed usati in mille modi diversi, per diventare porta mestoli in cucina, porta cancelleria sulle scrivanie, o tornare ad essere degni custodi di legumi, cibi secchi o leccornie nelle vostre dispense!

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